Tiziano Guardini: la moda come atto spirituale e rivoluzionario
Intervista a Tiziano Guardini, stilista visionario che ha trasformato la sostenibilità in un linguaggio creativo e spirituale.
di Redazione
In un’epoca in cui la moda è chiamata a ripensarsi radicalmente, Tiziano Guardini rappresenta una delle voci più autentiche e visionarie del cambiamento. Stilista romano, premiato con riconoscimenti internazionali come il Franca Sozzani Green Carpet Fashion Award e il PETA Couture Award, Guardini ha costruito un percorso unico che fonde sartorialità, spiritualità e sostenibilità. La sua filosofia ‘ECOuture’ è un invito a riconnettersi con la natura attraverso l’arte del vestire, trasformando ogni capo in un atto di consapevolezza.
Dalla collaborazione con Milena Canonero, premio Oscar per i costumi, alla partecipazione a progetti con le Nazioni Unite e Michelangelo Pistoletto, Guardini ha saputo tessere relazioni che vanno oltre la moda, abbracciando cultura, spiritualità e impegno sociale. In questa intervista, Tiziano Guardini ci racconta la sua visione evolutiva della moda, il ruolo dei giovani designer e le sfide poste dalle nuove normative europee sulla Responsabilità Estesa del Produttore e sull’Ecodesign.
Il tuo approccio ‘ECOuture’ fonde sartorialità, innovazione e rispetto per la natura. Come si traduce questa filosofia nel processo creativo quotidiano e nella scelta dei materiali?
“ECOuture nasce in modo spontaneo durante una chiacchierata con un mio amico nel corso di un’intervista. Gli stavo raccontando il mio modo di intendere il termine “eco” non semplicemente come sostenibilità, ma come creazione che si riallinea all’ecosistema, e “couture” come tempo lento, cura del dettaglio e ascolto profondo del processo creativo. Un approccio in cui l’estetica del messaggio filosofico deve avere un’onesta coerenza anche con la materia. Da questa unione è nato il termine ECOuture, e ho sentito subito che rappresentava in modo molto preciso ciò che avevo iniziato a creare. Il processo creativo, concettualmente, è semplice: si fonda sul rispetto della vita sotto molteplici aspetti, dove la moda diventa parte dei processi della natura stessa. Nella pratica, però, è spesso un lavoro molto intenso, frutto di ricerca e studio costanti. Quando ho iniziato, e in parte è ancora così, la sostenibilità veniva intesa in senso “privativo”, come qualcosa che toglieva creatività. Data la mia sensibilità verso entrambi gli aspetti, etico ed estetico, ho scelto di fare della spinta creativa il motore della ricerca e dell’innovazione. Un esempio concreto è il lavoro durato cinque anni sulla seta Ahimsa, che in sanscrito significa “senza violenza”. A differenza della seta convenzionale, in cui il bozzolo viene bollito con il baco all’interno, in questo caso si attende che il baco completi il suo ciclo vitale, diventi farfalla e abbandoni il bozzolo, che viene poi, semplicemente raccolto. Da un gesto apparentemente piccolo nasce un significato profondo: il rispetto della vita, anche quella di un insetto, anche se dura solo pochi giorni. Ma si può davvero attribuire valore alla vita in base al tempo? La vita è tale in ogni istante. Inoltre, in questo modo si crea un dialogo tra specie: utilizziamo qualcosa che non serve più e, soprattutto, non interrompiamo un processo evolutivo, ma ne diventiamo sostenitori. E questo è solo un esempio.”
In un settore spesso dominato da logiche produttive aggressive, come riesci a mantenere fede alla tua missione etica?
“Creare una nuova strada ha inevitabilmente un costo in termini di energia e visione. Quando ho iniziato, sentivo il bisogno di ricreare un legame ancestrale con la natura, un legame che credo in parte abbiamo perso. Per costruire questo “coming back home” è stato necessario lavorare prima di tutto su me stesso: avere forza, lucidità, coraggio e coerenza. E, se devo essere totalmente sincero, non potrei fare diversamente. All’inizio il mio desiderio era dare a chiunque la possibilità di vestirsi in modo sostenibile. Oggi credo che stiamo vivendo un cambiamento di paradigma: il modello produttivo aggressivo resiste ancora, ma allo stesso tempo stanno emergendo realtà virtuose ed economicamente stabili, come il second hand, le realtà artigianali locali e la creazione di progetti speciali, che dimostrano come la sostenibilità possa funzionare anche dal punto di vista economico. Ho una formazione anche in economia, e questo mi ha aiutato a cercare una sostenibilità che non fosse solo etica, ma anche finanziaria. Studiando il settore ho capito che i progetti speciali e le capsule collection hanno spesso un alto sell-out in negozio. È un approccio che mi interessa perché crea valore lungo tutta la filiera: ci si prende cura anche dell’economia di chi viene dopo, come i retailer, e allo stesso tempo si evita di creare magazzino. Per questo ho costruito il mio progetto attraverso collaborazioni e progetti speciali, in cui riesco a massimizzare il processo creativo e il messaggio etico e culturale, creando allo stesso tempo un modello in cui tutti possano vincere. Un vero win-win, umano, creativo ed economico.”
Quali sono, secondo te, le sfide più urgenti che i giovani designer devono affrontare per costruire un futuro realmente sostenibile nella moda? E che ruolo ha la formazione in questo percorso?
“La sfida più urgente per i giovani designer è imparare a gestire la complessità. Oggi non basta più saper disegnare un capo o creare un mondo egoriferito: è necessario comprendere i materiali, le filiere produttive, l’impatto ambientale e sociale, ma anche i modelli economici che rendono un progetto sostenibile nel tempo. Questo richiede un cambio di mentalità profondo. Un’altra grande sfida è liberarsi dall’idea che la sostenibilità limiti la creatività. Al contrario, parla proprio di futuro e può diventare uno straordinario spazio di sperimentazione, se affrontata con onestà, curiosità e rigore. Significa avere il coraggio di mettere in discussione i modelli tradizionali, accettare tempi più lunghi, processi più articolati e instaurare una relazione consapevole con la materia; ma il consumatore del presente e del futuro ne vorrà sempre di più ed è chi crea e creerà la domanda del mercato. In questo percorso, la formazione gioca un ruolo fondamentale. Deve evolvere da un insegnamento principalmente tecnico, protetto dalle dinamiche scolastiche, a un approccio trasversale che includa il contesto sociale in cui opera la moda: dallo studio dei materiali al pensiero sistemico, fino a una visione di business consapevole. Solo così si possono formare designer capaci non solo di creare abiti, ma di progettare visioni, sistemi e futuri possibili per la loro creatività.”

Hai collaborato con figure di grande rilievo come Milena Canonero e Michelangelo Pistoletto, e persino con le Nazioni Unite. In che modo queste esperienze hanno influenzato il tuo modo di concepire la moda come strumento di trasformazione culturale e sociale?
“Collaborare con loro è stato un meraviglioso regalo della vita che ha ampliato la mia visione su quanto la creatività nella moda racchiuda molto più di un esercizio estetico: può diventare un linguaggio culturale e un catalizzatore di cambiamento sociale. Con Pistoletto, ad esempio, ho sperimentato il concetto di arte come processo partecipativo e trasformativo, dove il fruitore non è solo spettatore ma diventa parte integrante dell’opera. Questo approccio ha rafforzato il mio modo di progettare i capi, che non sono solo oggetti da indossare, ma strumenti per raccontare storie, stimolare riflessioni e creare connessioni. Allo stesso modo, collaborare con le Nazioni Unite mi ha fatto comprendere l’importanza di pensare in scala globale, integrando etica e sostenibilità in un contesto sociale più ampio, e mi ha dato coraggio per proseguire la strada che stavo tracciando. Il lavoro creativo con Milena Canonero, invece, è stato un vero sogno: un’esplosione di creatività in cui la cura del dettaglio diventa essenziale, un principio a cui non puoi rinunciare quando ti metti a nudo nella creatività.”
Con l’introduzione della Responsabilità Estesa del Produttore per il settore tessile e la direttiva sull’Ecodesign, come pensi che cambierà il lavoro dei designer e delle aziende? Quali opportunità e rischi vedi in questa transizione?
“Credo che stiamo entrando in un momento cruciale per il settore: le nuove normative spingono designer e aziende a ripensare il loro ruolo all’interno di un sistema più ampio, dove ogni scelta conta non solo per il singolo capo, ma per l’intero ciclo di vita del prodotto. L’Ecodesign e la Responsabilità Estesa del Produttore non sono limiti, ma strumenti che ci obbligano a guardare oltre la moda come oggetto effimero, aprendoci a un approccio circolare, etico e trasparente… e spero come parte della nostra espressione di esseri viventi e quindi a qualcosa che celebra la Vita (con la lettera maiuscola). Le opportunità sono enormi: possiamo progettare abiti più duraturi, materiali più responsabili, filiere più consapevoli e creare valore per tutta la catena, dal produttore al consumatore. Questo tipo di approccio aumenta la fiducia, stimola innovazione e rende la moda un esempio concreto di economia sostenibile. I rischi, naturalmente, ci sono: chi non è pronto a cambiare mentalità potrebbe sentirsi limitato dalle regole o reagire in maniera superficiale, producendo solo compliance formale senza una vera trasformazione. Per i designer, la sfida sarà integrare queste nuove responsabilità con la creatività, trasformando vincoli in opportunità di innovazione. Per me, tutto questo conferma che la moda può essere non solo bellezza, ma anche un atto di responsabilità e consapevolezza: un modo concreto di coniugare estetica, etica e futuro.”