Dalle pioniere dimenticate ai bias di oggi

di Marcello Iabichino

Guardando i dati, emerge un gap significativo tra l’utilizzo che gli uomini fanno dell’IA generativa rispetto alle donne. Secondo un’analisi pubblicata su Science Direct nel 2024, il 50% degli uomini usa questi strumenti contro il 37% delle donne1. Un divario di circa 13 punti percentuali. Un’analisi Deloitte dello stesso anno segnala una riduzione del gap nell’adozione complessiva, ma rimane una distanza significativa nella frequenza d’uso quotidiana: solo il 34% delle utenti donne utilizza questi strumenti ogni giorno, contro il 43% degli uomini2. I numeri indicano una direzione, ma non raccontano l’intera storia. Per capire dove si è generata questa differenza è necessario fare qualche passo indietro, perché la situazione non è sempre stata sbilanciata verso il maschile.

Primi passi

Nel 1843 una mente brillante crea quello che è il primo algoritmo della storia. Educata in tutto e per tutto dalla madre in fatto di scienza e matematica, anticipa qualcosa che avrebbe trovato la sua applicazione solo quasi un secolo dopo, quando ormai aveva lasciato questo mondo. Conosciuta come Ada Lovelace, Augusta Ada Byron era riuscita ad inventare la base per la computazione odierna, a metà 1800, senza che ci fosse lo strumento che doveva utilizzarla.

Prima della Seconda Guerra Mondiale e durante essa, il calcolo era considerato un lavoro di segreteria ad alto livello. Ricadde naturalmente sulle donne. Un anno dopo dalla fine del conflitto poi, nel 1946, furono 6 donne, le Eniac Girls, a programmare il primo computer elettronico della storia.

Fino a qui è evidente che le donne avessero voce in capitolo tanto quanto gli uomini, ma poi qualcosa si è spezzato.

Cambio rotta

1984. È attorno alla data scelta da Orwell per l’omonimo romanzo che il mercato dei personal computer, nati già nel 1977 con Apple II, Commodore e TRS-80, raggiunge il suo punto di svolta. Durante quest’anno in particolare succede una cosa. Le aziende, in un mercato che oscillava molto e faticava a trovare solidità, scelgono un target ben preciso a cui rivolgersi: i maschi. Questo perché si trattava di gestire qualcosa di meccanico per giocare, il che si avvicinava maggiormente a loro piuttosto che al pubblico femminile. Il risultato? Anche i giochi che vengono commercializzati si rivolgono ad un pubblico maschile. La divisione dei ruoli da questo punto di vista la conosciamo già. Questo, con altri elementi della cultura pop come film e pubblicità, allontana piano piano le donne fuori da un territorio che sempre più iniziava ad essere anche loro, perdendo quel picco del 37% di laureate in informatica raggiunto proprio nell’anno della divisone. Percentuale che non si è ancora riuscita a toccare nuovamente.

Bias e povertà culturale

Sono queste le basi per quello che stiamo vedendo oggi. Eventi simili hanno costruito negli anni l’immagine del maschio tech, ed essa si è radicata profondamente nelle menti delle persone, riverberando il tutto su ciò che programmiamo. Abbiamo visto più volte negli ultimi anni come l’IA si imbatte in errori causati dai bias di chi la programma, che sono più che altro uomini

Ma non è una cosa che dovrebbe sorprenderci. È la nostra abitudine a creare un costrutto, e come abbiamo appena visto, ciò è basato su una divisione fatta a partire da fattori socioculturali. Ripensiamo all’operazione di Dove uscita nel 20243. La donna generata dall’IA era sempre una perfezione fatta con lo stampino creata da un punto di vista americano. Non teneva conto delle mille altre possibili bellezze, delle varie culture, di altre persone. E questo non è dato da altro se non dall’errore umano, di chi ha programmato l’IA.

Alcuni segnali di ripresa

Negli ultimi anni si sta normalizzando molto il divario. I punti percentuale di donne e uomini che utilizzano l’IA è sempre minore e Deloitte non ha anticipato la previsione più di tanto dicendo che a fine 2025 il gap si sarebbe chiuso4 e anzi, il femminile avrebbe sorpassato il maschile nell’uso di questo strumento. Si sta riducendo, e dato che abbiamo visto come la differenza di utilizzo della tecnologia a questo livello è dovuta a fattori socioculturali, possiamo dire che la società sta facendo passi avanti da questo punto di vista (almeno nella parte benestante del mondo).

Non dimentichiamo però che c’è ancora tanto altro da fare sul tema ambientale, fronte per cui mancano ancora contromisure efficaci.

Un mondo equo

Per continuare a progredire, abbiamo bisogno di varietà in ogni singolo settore. Servono punti di vista differenti, pareri differenti, menti differenti.

Noi di Humana diamo il nostro contributo attraverso svariati progetti di empowerment femminile che riguardano più aree, perché questo gap si espande oltre al settore tech. È una sfida che non si deve combattere tra generi, ma insieme contro un immaginario collettivo nocivo.

La vera forza sta nelle nostre differenze.

[1] https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0165176524002982

[2] https://www.deloitte.com/us/en/insights/industry/technology/technology-media-and-telecom-predictions/2025/women-and-generative-ai.html

[3] https://www.dove.com/it/stories/campaigns/keep-beauty-real.html

[4] https://www.deloitte.com/us/en/insights/industry/technology/technology-media-and-telecom-predictions/2025/women-and-generative-ai.html