Dieci anni dopo l’Accordo di Parigi, il mondo è a +1,4 °C: finanziamenti per l’adattamento e leadership globale restano le sfide aperte.

di Federico Turchetti

La trentesima Conferenza delle Parti sul cambiamento climatico (COP30) si è svolta a Belém, Brasile, dal 10 al 21 novembre 2025, in un contesto altamente simbolico: dieci anni dopo l’entrata in vigore dell’Accordo di Parigi, il mondo si è già scaldato di 1,4 °C rispetto ai livelli pre‑industriali e il 2024 è stato l’anno più caldo mai registrato. Alla conferenza hanno partecipato circa 50.000 delegati provenienti da 200 Paesi, con una delegazione indigena record di 3.000 rappresentanti. I lavori si sono conclusi oltre la scadenza prevista, con l’adozione del cosiddetto Global Mutirão, un documento di otto pagine che affronta i nodi più controversi del negoziato, tra cui l’inadeguatezza dei Contributi determinati a livello nazionale (NDC) per mantenere la traiettoria verso 1,5 °C e la necessità di sostegno finanziario ai Paesi a più basso reddito.

Il quadro geopolitico ha pesato fortemente sui negoziati. Gli Stati Uniti si sono formalmente ritirati dall’Accordo di Parigi nel 2025 e, per la prima volta nella storia delle COP, non hanno inviato una delegazione né un alto rappresentante, lasciando un vuoto di leadership in un momento in cui la prima economia mondiale resta anche il primo produttore di petrolio e il principale produttore ed esportatore di gas naturale. Sul fronte delle emissioni, la Cina è oggi il primo Paese emettitore con quasi 12 miliardi di tonnellate di CO₂, seguita dall’India, che ha già superato l’Unione Europea. Cina e India dipendono ancora in larga misura dal carbone, sebbene la Cina sia anche il primo investitore nelle energie rinnovabili; quando si tratta di crisi climatica, i paradossi non mancano. L’Unione Europea ha invece recentemente approvato nuovi target di decarbonizzazione che prevedono una riduzione delle emissioni del 66,25–72,5% entro il 2035 rispetto al 1990 e dell’85% entro il 2040, con una clausola di revisione biennale della normativa sul clima. Sembra lontana anni luce l’ambizione climatica della stagione europea guidata da Frans Timmermans.

Nonostante decenni di negoziati e alcuni progressi, il quadro rimane dunque critico: si continuano a investire ingenti risorse in combustibili fossili, manca una leadership globale coerente e gli impegni nazionali non sono sufficienti per stare dentro la soglia di 1,5 °C. I costi dei disastri climatici sono già enormi: si stima che negli ultimi dieci anni gli eventi legati al clima abbiano causato perdite per 2,8 trilioni di dollari e abbiano dislocato circa 20 milioni di persone ogni anno.

Finanziamenti per l’adattamento: il quadro negoziale emerso a Belém

Il tema dei finanziamenti per l’adattamento è stato centrale a Belém. La COP29 aveva fissato un impegno di mobilitare 300 miliardi di dollari all’anno entro il 2035 per i Paesi a più basso reddito, mentre molte analisi indicano che potrebbero servire fino a 1,3 trilioni di dollari all’anno. Il passaggio da 300 miliardi a 1,3 trilioni è stato definito la “Baku‑to‑Belém Road Map”. Alla COP30 il mutirão include una richiesta di triplicare i finanziamenti per l’adattamento, ma con formulazioni piuttosto vaghe: il testo non specifica la baseline di riferimento e sposta l’obiettivo al 2035 (anziché al 2030 come richiesto da molti Paesi del sud globale), lasciando aperta la questione se l’aumento debba provenire da risorse pubbliche o private. Il documento prevede inoltre un programma di lavoro biennale per chiarire questi aspetti e chiede la creazione di condizioni “abilitanti” per sbloccare e scalare i finanziamenti.

Il divario è concreto: si stima che entro il 2035 il fabbisogno globale per l’adattamento ammonterà a 310 miliardi di dollari all’anno, mentre i Paesi a basso reddito potrebbero ricevere solo il 5–10% dei finanziamenti necessari. Nel 2023 il finanziamento pubblico per l’adattamento è sceso a 26 miliardi di dollari, una cifra ben lontana dalle necessità. A Belém si è dunque raggiunto un compromesso parziale: un riconoscimento della necessità di aumentare di “molte volte” il supporto finanziario, ma senza impegni stringenti e con scadenze e fonti ancora da definire.

Humana People to People alla COP30 e l’approccio sul campo

La Federazione Humana People to People ha partecipato alla COP30 come osservatrice e con una delegazione di otto rappresentanti delle sue associate. La Federazione ha condiviso materiali di comunicazione e organizzato sessioni di presentazione con partner e agenzie governative locali; sono stati organizzati quattro eventi, tre da ADPP Angola e uno da Humana Brasil.

Humana People to People utilizza la COP come piattaforma per advocacy su azioni di adattamento e per mettere in luce pratiche operative che pongono le comunità di prima linea del Sud del mondo al centro delle soluzioni. Le associazioni che fanno parte Federazione Humana promuovono un approccio di adattamento guidato localmente affinché il potere decisionale sia nelle mani di chi è direttamente coinvolto: questo rafforza ownership, leadership locale e sostenibilità delle azioni. In concreto, i membri della Federazione supportano lo sviluppo e l’implementazione di Community Adaptation Action Plans (CAAPs), allineati ai National Adaptation Plans (NAPs) e realizzati in collaborazione con autorità nazionali e locali. Tra i progetti presentati a Belém ci sono stati il ADSWAC,[1] finanziato dal Fondo per l’Adattamento e guidato dall’Osservatorio Sahara e Sahel (OSS) insieme a ADPP Angola e DAPP Namibia e il progetto per la resilienza agricola nelle aree costiere del nord‑ovest della Guinea‑Bissau[2]. Questi esempi illustrano come l’approccio di Humana combini adattamento agricolo, gestione sostenibile delle risorse naturali, tecnologie appropriate e formazione giovanile, con un chiaro orientamento verso soluzioni comunitarie sostenibili.

Cosa aspettarsi ora

La COP30 ha ottenuto un risultato politico importante: il riconoscimento della necessità di aumentare in modo sostanziale i finanziamenti per l’adattamento. Tuttavia, il compromesso raggiunto — con obiettivi spostati al 2035, baseline non definite e ambiguità sulle fonti di finanziamento — lascia aperti nodi decisivi per i Paesi più vulnerabili. Il divario finanziario stimato (circa 310 miliardi di dollari all’anno entro il 2035) e la quota limitata di risorse che oggi raggiunge i Paesi del sud globale richiedono misure più concrete e tempi più rapidi.

Per le organizzazioni come Humana People to People, la sfida è duplice: continuare a implementare interventi di adattamento guidati localmente e al contempo lavorare con partner tecnici, governi e donatori per tradurre gli impegni negoziali in flussi finanziari accessibili alle comunità. I progetti presentati dalla Federazione e dalle sue associate mostrano che investimenti mirati, formazione e governance locale possono generare impatti concreti sulla sicurezza alimentare, sulla gestione delle risorse naturali e sulla resilienza delle comunità costiere e rurali.

Il percorso da Baku a Belém ha prodotto una roadmap politica, ma la sua efficacia dipenderà dalla capacità degli attori internazionali di trasformare impegni vaghi in risorse reali e accessibili. In questo contesto, è essenziale che i finanziamenti per l’adattamento siano progettati per raggiungere l’ultimo miglio — le comunità e i piccoli agricoltori che più soffrono gli impatti climatici — e che il sostegno sia accompagnato da processi di rafforzamento istituzionale e partecipazione locale.

Humana People to People continuerà a portare alle COP e ai tavoli tecnici la sua esperienza concreta, promuovendo soluzioni che mettono le comunità al centro e chiedendo che i meccanismi finanziari riconoscano e facilitino l’accesso diretto delle realtà locali.


[1] Adattamento nelle comunità colpite dalla siccità nell’Africa sud‑occidentale

[2] Si tratta di un’iniziativa quinquennale finanziata dal Green Climate Fund con OSS e ADPP Guinea‑Bissau: mira a migliorare la resilienza di oltre 8.500 piccoli agricoltori e prevede 160 parcelle dimostrative che fungeranno da scuole campo per testare pratiche agricole più resistenti al clima.
altre fonti: ISPI, Edie e Devex.